DAL CONVEGNO DONNE E POLITICA

DONNE e POLITICA IERI e OGGI IN MEMORIA DI ROSA LUXEMBURG e CAMILLA RAVERA

RELAZIONE INTRODUTTIVA

La locuzione “ donna e politica” apre uno scenario amplissimo, articolato in una molteplicità di possibili interpretazioni che è interessante iniziare a sviscerare e su cui è importante aprire approfondimenti e dibattiti.

Quando si dice che una persona è “in politica” si pensa subito che abbia un incarico istituzionale, che faccia parte di un organismo dotato di potere istituzionale, cioè del potere di prendere decisioni che incidono e determinano le condizioni di vita della collettività di riferimento e del territorio in cui essa è insediata. Quando il termine “potere” è usato in politica scivola dalla sua definizione come capacità o possibilità di agire e produrre effetti alle accezioni di influenza, autorità, imposizione, dominio, sopraffazione.

A me pare rilevante iniziare questa introduzione con una carrellata nella storia a partire da tempi anche molto lontani e non solo da “ieri”, perché le modalità con cui sono state presentate - fino a tempi recentissimi - le donne nella storia, di una storia scritta solo da uomini, ci dice molto anche su come vengono percepite e considerate oggi le donne di potere, pur nelle mutate condizioni di accesso al potere.

Se infatti si pensa a donne e politica, a donne e potere nella storia, subito vengono in mente a tutti e a tutte Cleopatra d’Egitto, Isabella di Castiglia, Elisabetta I d’ Inghilterra, Caterina II di Russia, Maria Teresa d’Austria e Vittoria d’Inghilterra, quest’ultima ricordata per la durata del suo regno, e basta lì. La stessa Cleopatra (69-30 a.C.), poi, non fu la splendida creatura immortalata sullo schermo da Elisabeth Taylor, non fu la donna lussuriosa e fatale cantata da Dante e da Shakespeare; le monete coeve, l’unico ritratto che abbiamo di lei, la ritraggono bruttina di viso, con naso e mento sporgenti. Ma fu una donna libera e audace, intelligentissima e molto colta, in grado di parlate nove lingue, promuovere la cultura, innovare la politica monetaria e fiscale del suo paese, dare impulso all’economia, organizzare eserciti, sedare rivolte, condurre trattative politiche con rara abilità diplomatica, estendere l’impero tolemaico su quasi tutta la sponda orientale del Mediterraneo, rendendolo snodo ineludibile tra Oriente e Occidente.

Prima di lei regnarono in Egitto ben otto donne faraone in proprio, oltre a importanti regine mogli di faraoni e reggenti; la più importante fu la grandissima Hatshepsut (sul trono dal 1498 al 1483 a. C.), nota quantomeno agli amanti dell’arte per la costruzione dello splendido tempio funerario di Deir el Bahri vicino a Tebe.

Nell’antichità sono da ricordare anche tre grandi regine che lottarono per liberare il loro paese da popoli invasori, anche comandando in prima persona i propri eserciti: l’egizia Iahhotep (1570 a. C.), vittoriosa contro gli ittiti, Boudicca o Baodicea di Britannia (33-60 d.C.) e Zenobia di Palmira (240- 275 d.C.), che, nonostante il loro coraggio e le loro capacità, dovettero alla fine soccombere alla potenza dell’impero romano.

Ho tratto le personagge cui ho accennato, e le altre cui accennerò per le epoche successive, dai libri che ho incontrato e che continuo a incontrare in base alla passione che mi porta a leggere tutto quanto trovo sulle donne nella storia, nelle scienze e nelle arti, soprattutto da qualche decennio a questa parte, da quando anche in Italia – sulla scorta dei women’s studies anglosassoni – compaiono saggi e biografie (a opera sia di italiane sia frutto di traduzioni) su donne meritevoli di essere conosciute ancor oggi; donne spesso oggettivamente più meritevoli di memoria di uomini caduti nell’oblio cui sono dedicate in gran numero targhe stradali e voci di enciclopedie.

Questa carrellata per semplici cenni mi pare rilevante quanto meno per ricordare una volta di più quanto sia pretestuosa la considerazione delle donne sprovviste di anima, di intelletto, di progettualità, di creatività, di capacità di governo e di grandi imprese; la considerazione delle donne deboli fisicamente,

psichicamente e moralmente, tramandata dalle principali culture che sono alla base della civiltà occidentale: quella greca (Aristotele) e quella cristiana ( i Padri della Chiesa). In questo senso non furono da meno altre grandi culture come quella araba e quella cinese. Considerazioni ancora largamente presenti - in varia forma - nell’ormai avviato secolo XXI.

Qualche cenno dunque ad alcune donne di potere lungo la storia del nostro Paese, che governarono i loro territori in periodi particolarmente difficili e turbolenti: Galla Placidia (388 -450 d.C.) imperatrice romana, e Teodolinda (570-627) regina dei Longobardi, figure forti e carismatiche ricordate soltanto per le opere d’arte che fecero costruire; Adelaide contessa di Torino (1016-1091), per 30 anni figura fondamentale nel determinare il radicamento territoriale e il destino storico della dinastia dei Savoia e protagonista, insieme alla cugina Matilde di Canossa (1046 -1115), dell’età in cui l’Europa cristiana fu divisa dalla lotta per le investiture, e coautrice, insieme a quest’ultima, del riavvicinamento tra l’imperatore Enrico IV e papa Gregorio VII; Eleonora d’Arborea (1347-1404), a capo di un esteso principato sardo, il cui merito principale fu di aver promulgato, con la “Carta de Logu “ , in lingua volgare e quindi comprensibile a tutti/e, un testo di leggi che contemperavano gli interessi contrapposti degli agricoltori e dei pastori riguardo all’uso del territorio e che dimostravano notevole modernità ed equità sociale nel disciplinare i rapporti interpersonali, soprattutto a tutela delle donne, anche in caso di stupro; in sostanza lo stupro veniva da lei considerato reato contro la persona e non contro la morale; Caterina Sforza ( 1463-1509), che contese il suo piccolo Stato romagnolo a Cesare Borgia e ai suoi alleati francesi.

Non può mancare, passando ad altre situazioni, un cenno a Melisenda regina di Gerusalemme (1105-1161), figura carismatica che governò per 20 anni la città conquistata dai Crociati.

Per la trattazione delle donne di potere nei vari Paesi europei segnalo “Regine per caso. Donne al governo nell’età moderna” ( dal secolo XIV al secolo XVIII ) di Cesarina Casanova, secondo cui i casi di donne che esercitarono il potere in Europa, più o meno formalmente, hanno in comune il fatto di essere stati resi possibili da situazioni di instabilità politica; anche se tali situazioni di crisi ebbero caratteristiche e conseguenze diverse, per la regalità femminile fu possibile affermarsi per effetto dell’assenza o dell’interruzione del principio di continuità dinastica in linea maschile. Tra le tante figure presentate in questo importante saggio mi preme ricordare almeno Margherita Beaufort contessa di Richmond (1443-1509), che riuscì a mettere fine alla guerra delle Due Rose in Inghilterra grazie alla sua abilità di combattente prima e di negoziatrice poi. Il saggio è importante anche perché mette in luce i pregiudizi, le prevaricazioni e le falsità propagandate fino a tempi recenti per contrastare e delegittimare l’attribuzione a donne del potere regio o comunque di governo ai massimi livelli. Pregiudizi, prevaricazioni e falsità che colpiscono tuttora – nel secolo XXI, lo ribadisco – le donne che aspirano al potere statuale.

Da segnalare anche un interessante libro di Elena Bonoldi Gattermayer “Tre donne della Riforma”: Margherita d’Angoulème regina di Navarra, sua figlia Giovanna d’Albret e Renata di Valois divenuta duchessa d’Este, che, nella Francia del XVI secolo dominata da una intolleranza religiosa particolarmente feroce e funesta, fecero politica ponendosi come ponte nei confronti della Riforma protestante, agendo per un rinnovamento che riportasse l’esperienza religiosa ai valori del cristianesimo iniziale.

Probabilmente le donne di potere fin qui citate operarono come avrebbe operato un uomo nelle stesse situazioni; le uniche che portarono una differenza femminile furono a mio parere le tre aristocratiche francesi che propugnarono non solo tolleranza religiosa, ma pure comprensione tra posizioni differenti e ricerca di valori condivisi; e soprattutto Eleonora d’Arborea, la giudicessa sarda che dovremmo essere orgogliose di considerare la prima Madre costituente della storia italiana, operante 600 anni prima delle 21 donne elette nel 1946 all’Assemblea Costituente.

E’ importante ricordare le donne di potere che lungo la storia umana hanno dimostrato a iosa che anche le donne possiedono forza, coraggio, determinazione, capacità di governo e militari, appena appena non si

impedisca loro di dimostrare tali capacità. Ma oggi non possiamo accontentarci di questo: dobbiamo porre la questione delle donne che devono desiderare e conquistare il potere politico per cambiarne contenuti e modalità.

Facendo un tuffo in altre culture e in altri Paesi rimando in primo luogo a un libro degli anni ‘90 di Fatima Mernissi, sociologa marocchina, dedicato a “Le sultane dimenticate: donne capi di Stato nell’Islam”. Vi furono sultane mamelucche, mongole, nelle isole Maldive e dell’Indonesia, e regine arabe, yemenite ed egiziane. Come in Europa, alcune avevano ricevuto il potere in eredità e altre avevano dovuto assassinare gli eredi per ottenerlo e lo avevano assunto esclusivamente in aderenza agli schemi dominanti, cioè maschili. Molte erano state personalmente alla testa di battaglie, avevano inflitto disfatte e concluso armistizi. C’erano comunque state in un buon numero, anche se completamente rimosse dal sentire comune e dalla cultura ufficiale, ancor più che in Occidente.

E che avvenne ad es. dal punto di vista delle donne di potere negli oltre due millenni dell’Impero cinese? Ressero lo Stato tre imperatrici: Donna Lu (nata nel 220 a.C., ottima governante con il titolo di imperatrice madre, anche se spietata nel liberarsi dei vari pretendenti al trono e delle loro madri); Wu Tsertien (624 -705) che mutò il suo status da concubina imperiale a imperatrice consorte a imperatrice regnante e che fondò una propria dinastia; e Tsu Hsi (1835-1908), prima anch’ella concubina imperiale e poi imperatrice madre, che di fatto regnò ininterrottamente sulla Cina per ben 47 anni agli sgoccioli dell’Impero. In varie epoche, soprattutto nei secoli IV e XVII, assunsero importanza anche donne guerriere, alcune equiparabili alla francese Giovanna d’Arco.

Concludo questa carrellata rimanendo in Asia e precisamente in India, ricordando Hazrat Mahal, begum dell’Awadh, piccolo Stato indipendente nel nord del Paese, che nel 1857 si battè eroicamente, sostenuta dall’intera popolazione, contro l’imperialismo britannico per mantenere la libertà del suo popolo. Nel centenario dell’insurrezione Nehru cambiò nome al parco della regina Vittoria a Lucknow, che diventò il Parco della begum Hazrat Mahal.

Finora, saltando qua e là nel tempo e nello spazio, ho accennato al rapporto donne-potere politico. Ma, considerando i termini “potere” e “politico” in una accezione ampia, non si può trascurare un accenno all’esclusione delle donne dal potere religioso, in quanto la storia dell’umanità ha sempre dimostrato quanto sia “politico” il potere religioso. Nelle culture egizia, greca e romana le donne avevano accesso al sacro, alle sue cariche e alle sue funzioni. Ne sono escluse invece dalle religioni monoteiste: dall’Ebraismo, dal Cattolicesimo e dall’Islam. La prima che contestò questa esclusione rispetto al Cristianesimo fu Marie de Gournay, nel suo trattato “Uguaglianza degli uomini e delle donne” del 1622: Dio non è né maschio né femmina e il genere maschile, benchè non esistano espressi divieti e nonostante la considerazione di Cristo verso il genere femminile, esclude le donne dal sacerdozio per conservare da solo un potere che non vuole condividere nemmeno a distanza di tanti secoli dalle origini. Marie de Gournay, né moglie né monaca, né cortigiana né strega (in quanto alchimista), né benefattrice né massaia, donna fuori dai ruoli e dagli schemi femminili allora codificati e socialmente accettati, potè esprimere anche una libertà di parola fuori dagli schemi: sul genere di Dio e sull’esclusione delle donne dal potere religioso trecentocinquant’ anni prima di Mary Daly, statunitense di estrazione cattolica considerata la madre della teologia femminista.

Nella Chiesa Valdese e nella Chiesa Anglicana le donne hanno conquistato di essere pastore e vescove e affermano che Dio è anche Madre e non solo Padre; teologhe mussulmane hanno reinterpretato il Corano e alcune donne, negli Stati Uniti e nel Nord Europa, hanno conquistato il fatto di essere loro a condurre la preghiera del venerdi, simbolo di autorevolezza e di potere. Il Vaticano, invece, resiste imperterrito in questo divieto antistorico.

Sono partita da lontano e arrivo ora al Novecento, a ieri. Cambia lo scenario mondiale. Nel 1912 la Cina diventa una repubblica e a metà del secolo inizia l’esperienza della Repubblica Popolare Cinese. Con la

Rivoluzione d’Ottobre del 1917 cade l’impero zarista e inizia l’esperienza dell’U.R.S.S. . Con la prima guerra mondiale finiscono anche gli imperi austroungarico e ottomano. In Europa, nel Nord Africa e in Medio Oriente si consolidano gli Stati nazione ( status negato tuttora al Kurdistan). Nel 1948 viene istituito lo Stato di Israele, mentre la potestà statuale viene negata alla Palestina. Nei decenni ’40- ’60 ottengono l’indipendenza dagli imperialismi europei numerosi Paesi asiatici e africani, che adottano – almeno formalmente – il modello delle democrazie borghesi basato sulla rappresentanza, prevalente così in ambito mondiale. A seguito della Conferenza di Bandung del 1955 nasce nel 1961 il Movimento dei Paesi non allineati.

Più che delle regine rimaste (con un ruolo ormai solo formale) occorre allora occuparsi dei nuovi modi in cui le donne partecipano al potere con incarichi istituzionali. Come non partire da Aleksandra Kollontaj, nel 1917 la prima donna nel mondo che ebbe l’incarico di ministra nel primo governo Lenin? Rivoluzionaria, analizzatrice del rapporto donna/comunismo, autrice di leggi per l’emancipazione femminile e per una nuova morale sessuale, saggista, ambasciatrice. Occorrerebbe dedicarle un intero convegno.

Negli Stati Uniti d’America una donna fu nominata ministra per la prima volta nel 1936, da parte di Theodore Roosevelt, mentre per avere una donna premier bisognò aspettare gli anni ’50, con Suhbaataryn Yanjmaa in Mongolia. In Italia la prima fu Gisella Floreanini, ministra nell’autunno 1944 nella splendida e purtroppo brevissima esperienza della Repubblica partigiana dell’Ossola, quando ancora le italiane non avevano il diritto di voto. La prima nella Repubblica italiana fu Tina Anselmi, ministra dal 1976 al 1979.

Veniamo allora al diritto di voto, lotta fondamentale per coinvolgere le donne nella politica istituzionale e per realizzare una democrazia rappresentativa non dimezzata. I fatti non sono noti quanto sarebbe necessario. Una prima richiesta formale per il riconoscimento dei diritti delle donne fu presentata nel 1789 all’inizio della Rivoluzione francese, nei “Quaderni delle lagnanze” cui contribuirono anche alcune donne. Però la famosissima “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” – vanto della Rivoluzione - riguardava solo il genere maschile e Olympe de Gouges, che nel 1791 osò scrivere la “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina” venne decapitata, alla faccia della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità. Il movimento suffragista, come movimento per chiedere il suffragio femminile alle elezioni nazionali, vide la luce in Gran Bretagna nel 1869 e ottenne il suo scopo solo nel 1928. Rivendicazioni analoghe sorsero in vari altri Paesi e via via il diritto fu riconosciuto: in Francia e in Italia solamente nel 1945 e in Svizzera addirittura nel 1971. Il primo Paese che concesse il voto alle donne fu la Nuova Zelanda nel 1893, a seguito delle lotte innescate da Kate Sheppard, una scozzese immigrata da giovane in Nuova Zelanda con la famiglia.

In Italia la lotta per il diritto di voto alle donne per le donne in sostanza è ancora ben lontana dall’essere vinta: nel nostro Paese la percentuale di donne elette nelle istituzioni nazionali e locali è ancora bassa, anche se con una tendenza alla crescita (ad es. le parlamentari sono il 35% del totale contro oltre il 50% del Rwanda e di Cuba); le importantissime leggi che favoriscono la presenza femminile nelle istituzioni elettive ( ad es. quella sulla doppia preferenza di genere, la legge 215 del 2012) sono recenti e ancora poco note; pare che l’astensionismo sia maggiore tra le donne che tra gli uomini; vi sono ancora indifferenza e diffidenza nel votare le donne, sicuramente tra gli uomini, ma anche tra le stesse donne: se queste, essendo il 52% della popolazione e presumibilmente del corpo elettorale, votassero tutte anche al femminile, porterebbero la rappresentanza di genere a ottimi livelli. Ma un elemento a mio parere è ancora più preoccupante e cioè il fatto che molte appartenenti al movimento delle donne considerano la partecipazione al voto come compromissione nei confronti di un sistema patriarcale da abbattere e, fin dall’origine, prendono le distanze dalle donne con incarichi istituzionali accusandole di agire comportamenti maschili. Senza tener conto che ciò è inevitabile, se le donne nelle istituzioni sono poche e vengono lasciate sole dal movimento, se non si concordano e non si sostengono congiuntamente piattaforme e iniziative, contemporaneamente nei palazzi e nelle piazze.

Questi aspetti concernenti il voto delle donne ci offrono un importantissimo terreno di azione: per coinvolgere quante più donne è possibile nell’attività politica in tutte le sue forme – anche nei partiti, ineludibili sedi decisionali sancite dalla Costituzione, che assolutamente non possono essere lasciate solo agli uomini -; per coinvolgere le donne nel voto in generale e in quello per le donne in particolare; per riuscire a dialogare con le donne del movimento e costruire con loro un unico grande corpo collettivo in lotta per la liberazione delle donne dal capitalismo e dal patriarcato, usando tutti gli strumenti a disposizione: anche il voto. Riprenderò tale questione.

Il Novecento – secolo breve o lungo che dir si voglia – è stato caratterizzato da varie forme di protagonismo femminile: cape di Stato e di governo, ministre innovatrici, in U.S.A tre Segretarie di Stato ( cioè ministre degli Esteri, carica fondamentale in una superpotenza), grandi pensatrici politiche di vari orientamenti, i movimenti suffragisti prima e quelli femministi poi, le donne contro le guerre e contro le dittature (le Madri di Plaza de Mayo a Buenos Aires e le Donne in Nero in Italia, ad es.), le attiviste dei popoli indigeni del Centro e Sud America e dell’ India contro lo sfruttamento delle risorse naturali da parte delle multinazionali imperialiste, le numerose donne che in varia forma – come scienziate (tra cui la comunista Laura Conti), saggiste, attiviste, ministre, cape di istituzioni – lottarono e lottano tuttora per l’ambiente e per la salute. Già da questo elenco traspaiono i vari modi in cui si può articolare il rapporto tra donne e politica, i vari modi in cui le donne fanno politica.

Avanzo qualche nome di donne con incarichi istituzionali protagoniste nel loro Paese ma anche – in varia misura - della politica mondiale, date le interconnessioni che caratterizzano il mondo moderno e contemporaneo. Ricordo i loro nomi, indipendentemente dal fatto che siano state di sinistra o di destra, perché tocca in primo luogo a noi donne tenere le protagoniste alla ribalta della conoscenza e della cultura, anche evidenziandone i limiti e contrastandone le posizioni che non condividiamo. In Europa Margaret Thatcher , Martine Aubry, Gro Harlem Brundtland e Angela Merkel; Golda Meir in Israele; Benazir Bhutto, Indira Gandhi, Cory Aquino e Aung San Suu Kyi in Asia; Wangari Maathai ed Ellen Johnson Sirleaf in Africa; Evita Peron, Violeta Chamorro, Michelle Bachelet e Cristina Fernandez de Kirchner in America centrale e meridionale. Ricordo in particolare Benazir Bhutto in Pakistan e Indira Gandhi in India, entrambe grandi statiste, entrambe figlie di uomini di potere, il che ha loro aperto la strada in contesti in cui altrimenti non avrebbero mai potuto accedere alla massima responsabilità politica, entrambe assassinate da integralisti.

Consiglio vivamente, a noi donne oggi variamente impegnate in politica, la lettura di “Prime donne” di Ritanna Armeni, in cui, analizzando in particolare le figure e le campagne elettorali di Ségolène Royal in Francia e di Hillary Clinton in U.S.A., mette in luce tutte le possibili articolazioni del rapporto donne-potere politico ai massimi livelli, si pone e ci pone numerose domande sui contenuti storicamente dati di tale potere – finora sempre determinati da uomini – e sul perchè le donne dovrebbero desiderare il potere e sul che farne: ovviamente per proporre un diverso modello di potere, diverso nei contenuti e nelle modalità di esercizio. Armeni analizza anche tutti gli ostacoli posti dal genere maschile alla scalata delle donne al potere statale supremo, le reazioni ora sarcastiche ora rabbiose al loro tentativo, le considerazioni sul loro aspetto, sul loro abbigliamento e sulla loro vita sessuale e le ragioni profonde di tale comportamento maschile. E propone una possibile spiegazione, che mi sento di condividere: se un tempo la ragione di tanta misoginia era un senso di superiorità maschile con punte di disprezzo, ora che le donne capaci e determinate sono più numerose e si presentano con modalità nuove, alcune anche aspirando a capeggiare repubbliche presidenziali, si è insinuata la paura, addirittura il terrore che lo Stato maschio, lo Stato potenza, lo Stato conquistatore, cada in mani, menti e cuori femminili. Gli U.S.A., con gli Stati del Sud ancora tanto impregnati di razzismo, hanno eletto presidente perfino un afroamericano, un nero, ma non una donna.

Nel Novecento italiano vi furono grandi figure tra le 21 Madri costituenti, soprattutto Teresa Noce e Lina Merlin, Tina Anselmi fu un’ottima ministra, tre donne furono presidenti della Camera dei Deputati. Varie parlamentari ottennero negli anni ‘70 leggi fondamentali, per le donne e per la democratizzazione, la

laicizzazione e la modernizzazione dell’intero Paese, e nel 2003 ottennero un’aggiunta al primo comma dell’art. 51 della Costituzione, secondo cui la Repubblica non si deve limitare a sancire formalmente l’uguaglianza tra donne e uomini nell’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive, ma deve promuovere con appositi provvedimenti le pari opportunità nei confronti di tale accesso. Pochissime furono a capo di partiti politici: Camilla Ravera per il Partito Comunista d’Italia durante gli anni della clandestinità, e, assai più recentemente, Grazia Francescato per i Verdi, Adelaide Aglietta, Rita Bernardini ed Emma Bonino per il Partito Radicale.

Tra le politiche italiane la mente e il cuore insieme mi portano a parlare di Livia Turco che, allora comunista, nel 1986 scrisse e promosse insieme ad altre “la Carta itinerante delle donne comuniste”, poi approvata dalla direzione del PCI: magnifica esperienza di pensiero, di passione e di mobilitazione, poi tristemente affossata dalla “svolta” del 1989, dallo scontro tra il sì e il no al cambiamento del nome del partito che divise anche le donne della “Carta”.

“Proponiamo di costruire – scrissero le donne della “Carta” – nella società e nelle istituzioni della politica una “forza” delle donne che non può che derivare dalle donne stesse attraverso una strategia di relazioni e di comunicazione tra noi”.

Su questa fondamentale esperienza hanno scritto, rispettivamente nel marzo e nel settembre 2017, Letizia Paolozzi e Alberto Leiss in “C’era una volta la Carta delle donne. Il Pci, il femminismo e la crisi della politica” e Franca Chiaromonte e Fulvia Bandoli in “Al lavoro e alla lotta. Le parole del PCI”.

Sfascio del nostro Paese, crisi della sinistra e sua scarsissima rilevanza: per contribuire a emergere da questa situazione non si può allora che costruire una forza delle donne nelle istituzioni della politica e nella società. Ma tra quali soggetti in cui le donne abbiano un ruolo politico?

Tra le donne dei partiti che condividono una prospettiva anticapitalista e poi le donne dei sindacati, della Cgil e dei sindacati di base, in primo luogo. I sindacati non si pongono l’obiettivo di mutare i rapporti di produzione capitalistici, ma, in quanto tutelano i lavoratori e le lavoratrici dipendenti e falsamente autonomi/e, chi cerca lavoro e chi ha concluso il suo ciclo lavorativo o ne è stato espulso per infortunio o malattia, sono soggetti politici oggettivamente anticapitalistici , che ne abbiano più o meno coscienza e volontà. In essi le donne hanno un ruolo politico che deve diventare determinante nelle scelte rivendicative: per l’importanza del lavoro retribuito per la liberazione delle donne, per le specificità che la differenza del corpo femminile comporta, anche per quanto riguarda i fattori di rischio nei luoghi di lavoro, per il superamento delle specifiche oppressioni e discriminazioni che le lavoratrici a tutti i livelli subiscono in quanto donne - non riassorbibili nella subalternità di classe - , per il superamento dei ruoli sociali codificati.

La contraddizione di genere infatti non annulla la contraddizione di classe e non si contrappone ad essa, e anzi in alcune condizioni si intrecciano e si cumulano: le donne lavoratrici subiscono sia la dominazione di classe, sia l’oppressione di genere.

Non può mancare un cenno ad almeno tre grandi sindacaliste, perché anche nei soggetti collettivi alcune individualità sono più importanti di altre e lasciano maggior segno di sè: Carlotta Orientale (1893-1980), militante dell’Unione Sindacale Italiana, alla guida di lotte operaie e poi – durante la prima guerra mondiale - segretaria della Camera del Lavoro di Terni, centro industriale in cui allora la classe operaia rappresentava circa il 70% della popolazione; Argentina Altobelli (1866-1942), che nel 1906 contribuì alla nascita della Federazione nazionale dei lavoratori della terra della Cgil e ne fu segretaria dalla fondazione allo scioglimento a opera del fascismo (durante il suo mandato furono conquistate l’abolizione del lavoro a cottimo e la giornata di otto ore); Teresa Noce (1900-1980), multiforme combattente dalla lunga storia

(guerra civile spagnola, Resistenza italiana, mensile “Noi Donne” e Pci) e segretaria generale del sindacato dei tessili della Cgil dal 1947 al 1956.

Fino ad adesso ho parlato di donne “importanti” in varie situazioni e in vari ruoli, ma le donne ci sono sempre state nella storia e nell’economia: alcune erano cacciatrici nelle società equalitarie delle origini, “inventarono” l’agricoltura, lavorarono sempre nei campi, nelle botteghe artigiane, nei conventi e nelle case anche se non retribuite (il che ne ha sancito l’irrilevanza sociale e politica) e sono state protagoniste nei momenti cruciali, come ad es. le popolane di Parigi alla presa della Bastiglia e le operaie tessili di Pietrogrado all’inizio della Rivoluzione d’Ottobre. Parteciparono alla Resistenza contro il nazifascismo in vari Paesi europei e in alcuni casi furono anche efficacissime combattenti, come ad es. le giovani aviatrici sovietiche negli ultimi tempi della seconda guerra mondiale, le “streghe della notte”, terrore degli occupanti nazisti.

Ho parlato delle sindacaliste italiane a mio parere più significative, ma fondamentali furono ad es. le storiche lotte di varie categorie di lavoratrici a partire da poco dopo la Liberazione: le tabacchine al sud, le operaie tessili nelle fabbriche del nord, le mondine della pianura padana, le mezzadre, le braccianti e le casalinghe del sud nelle occupazioni delle terre incolte per la riforma agraria, le impiegate statali.

Non possiamo certo dimenticare le donne che fecero politica con il loro pensiero e con i loro libri: a cavallo tra Ottocento e Novecento le pensatrici particolarmente vicine a noi del PCI, come Clara Zetkin (1857-1933) e Rosa Luxemburg (1871-1919). E poi tante altre di vario orientamento: Hannah Arendt, Agnes Heller, Simone de Beauvoir, Luce Irigaray, Angela Davies, che mi piace ricordare in quanto interconnesse i rapporti di genere, razza e classe. E ancora l’economista Premio Nobel Elinor Ostrom, esperta di gestione dei beni collettivi e delle forme di autogoverno delle risorse da parte delle collettività locali.

Tra le pensatrici politiche annovero le donne di vario orientamento (Alessandra Bocchetti, Giulia Bongiorno, Francesca Comencini, Marilisa D’Amico, Michela Marzano, Lea Melandri, Luisa Muraro, Lidia Ravera) che nel 2014 pubblicarono “In contropiede. Le donne rileggono la Costituzione”: la Carta fondamentale è e rimane complessivamente avanzatissima – anche per merito di alcune delle Madri costituenti – , ma per quanto riguarda la condizione femminile risente dei tempi in cui fu elaborata e in sostanza presenta le donne come soggetto debole da tutelare, rispecchiando una visione maschile del mondo, e contiene un falso antropologico e storico quale quello, contenuto nell’art. 29, secondo cui la famiglia sarebbe una “società naturale fondata sul matrimonio”. Annovero ancora tra le pensatrici politiche Giordana Masotto (femminista della Libreria delle Donne di Milano), Luisa Pogliana (saggista esperta di management femminile) e Michela Spera (della segreteria nazionale della Fiom), che hanno appena iniziato a lavorare sul ripensamento della contrattazione sindacale tenendo conto della differenza di genere.

Dopo aver trattato la partecipazione delle donne a partiti e sindacati passiamo ad altre forme della politica.

Da qualche decennio a questa parte si sono affacciati alla scena nuovi soggetti, a opera di persone che rifiutano il modello della rappresentanza e la gerarchia degli organismi dirigenti basate sulla selezione e rifiutano anche le mediazioni necessarie a far coesistere nel tempo posizioni divergenti; tali persone rivendicano il fare politica in prima persona e l’assumere direttamente proposta e responsabilità. Tali soggetti sono per un verso i movimenti ambientalisti nazionali e internazionali, e per l’altro i comitati di cittadini e cittadine a un livello locale variamente articolato secondo le necessità, che generalmente nascono su obiettivi e lotte specifiche, anche se spesso non manca un inquadramento di tali lotte in visioni politiche più complessive. I comitati si aggregano talora in reti territorialmente più ampie. E’ evidente – e indispensabile al loro concreto funzionamento - che in tali soggetti si formano i e le leader naturali, che si conquistano autorevolezza sul campo ma non passano attraverso forme elettive e senza bisogno di attivare meccanismi di potere. I punti di forza di movimenti e comitati stanno nella competenza e nell’entusiasmo

con cui operano, la debolezza sta nella dispersione di forze che si determina quando cessano di agire, anche se spesso loro componenti danno vita o contribuiscono in seguito ad altri comitati di lotta.

In Italia sono stati e sono tuttora attivissimi ovunque comitati contro le cosiddette “grandi opere” distruttive del territorio e delle risorse pubbliche, contro le fabbriche della morte (nel Vicentino contro la Miteni e l’inquinamento delle acque da Pfas, composti perfluoroalchilici) , contro opere militari ( ancora a Vicenza il Comitato No Dal Molin), per la tutela di grandi parchi e di verde urbano e di edifici storico/artistici pubblici, contro la speculazione immobiliare e contro gli sfratti, per la riqualificazione delle periferie e per più edilizia popolare, contro la vendita e la svendita di aree pubbliche, per la gestione pubblica del servizio idrico integrato, contro ogni possibile forma di snaturamento di un contesto urbano (a Venezia, ad es., il Comitato contro le grandi navi).

In tali soggetti le donne sono numerosissime, spesso la maggioranza, proprio perché le loro modalità di formazione degli obiettivi – tutti in qualche modo collegati alla tutela del territorio, dell’ambiente e della salute considerati come beni comuni – e le loro modalità di funzionamento sono più consone al sentire e all’operare delle donne.

I partiti politici, riconosciuti come determinanti dall’art. 49 della Costituzione, hanno una struttura organizzativa che ne facilita il radicamento territoriale e la durata nel tempo e possono offrire punti di riferimento territoriali alle varie forme di lotte sociali; rimangono quindi soggetti fondamentali dell’agire politico, forme fondamentali della politica, ma vivono una evidente crisi – anche di rappresentanza e di consistenza - soprattutto a sinistra. I comitati di base, da parte loro, si scontrano con istituzioni che stanno dalla parte dei grandi potentati economico/finanziari e militari, sempre più spesso operativi in ambito sovranazionale. Che senso hanno allora – in tale disastrosa situazione – la frequente reciproca indifferenza o – peggio - la reciproca diffidenza tra partiti di sinistra e comitati di base, talora la reciproca aperta ostilità e talora il reciproco scherno? A chi giovano?

Continuando la carrellata sulle forme in cui le donne fanno politica, nell’ambito dell’associazionismo femminile cito solamente l’Unione Donne Italiane, costituita di fatto nel 1944 e ufficialmente nel 1945 dalle donne comuniste e socialiste e poi divenuta - nel 2004 - Unione Donne in Italia per comprendere anche le immigrate, le nuove italiane . L’UDI ha al suo attivo soprattutto la proposta di legge di iniziativa popolare sulla rappresentanza paritaria nelle sedi decisionali “50 e 50 ovunque si decide”, del 2006, arrivata in Parlamento e lì lasciata morire, e la piattaforma “Per una contrattazione di genere”, del 2017.

Ecco due frasi conclusive di tale piattaforma. “La proposta di una contrattazione di genere vuole interrogare in modo specifico le istituzioni, sia nazionali che locali (anche nel dialogo con soggetti diversi: donne e uomini, associazioni, imprese, sindacati, servizi, utenti, associazioni di categoria, ecc.) e può davvero essere un’occasione di svolta per cambiare il volto della contrattazione sul lavoro e l’espressione complessiva di un diritto del lavoro che necessita di essere urgentemente rifondato,…, rimettendo al centro donne e uomini con i loro corpi e le loro relazioni”. E ancora “Vogliamo aprire una contrattazione di genere perché tutte le decisioni politiche riguardano la nostra vita: le donne non sono il problema, ma parte fondamentale della soluzione”.

Ci sono poi le associazioni internazionali, come ad es. la Federazione Democratica Internazionale delle Donne, e l’Associazione Donne della Regione Mediterranea – A.W.M.R., di cui pure sarebbe interessante parlare, di cui fa parte e scrive la nostra compagna Ada Donno.

E poi c’è il grande movimento delle donne, internazionale e nazionale, che dal 2000 a oggi ha assunto via via in Italia le forme del Coordinamento italiano della” Marcia mondiale delle Donne”, di “Usciamo dal silenzio”, di “Se Non Ora Quando” e da tre anni a questa parte di “Non Una Di Meno”; movimento nato in Argentina e ormai divenuto quasi planetario, insieme femminista e anticapitalista. In questo sta la sua

importanza, come nel fatto di essere composto da donne di ogni età, dalle femministe cosiddette storiche a moltissime giovani e giovanissime; movimento che lotta contro la violenza sulle donne, violenza esercitata non solo dai compagni ed ex compagni di vita, ma dall’intero sistema, che è insieme capitalista e patriarcale.

Quel fondamentale movimento di pensiero e di azione che chiamiamo femminismo o, meglio, femminismi, tra cui l’ecofemminismo, con le sue varie ondate e le sue varie articolazioni di pensiero e territoriali, costituisce una rivoluzione culturale e politica di portata immensa, perché riguarda oltre la metà del genere umano e perché prefigura un cambio di civiltà: si proponeva infatti fin dall’inizio di mettere in discussione i ruoli sociali codificati per millenni, i rapporti di potere uomo-donna, la subalternità del genere femminile e l’oppressione esercitata dal genere maschile su quello femminile in ogni ambito e in ogni tipo di società governata dagli uomini, sia essa capitalista, socialista o di transizione: in sintesi si proponeva e si propone la liberazione delle donne mediante il superamento del patriarcato, antico di vari millenni: patriarcato che dunque è ben più antico del capitalismo, ma è stato da questo assunto in quanto funzionale a mantenere divisioni nel corpo sociale, come sono quelle di genere, anche all’interno delle stesse classi lavoratrici.

Purtroppo gli stessi atteggiamenti e comportamenti di indifferenza, quando non di diffidenza e di ostilità in atto tra partiti da una parte e comitati di base e movimenti ad es. ambientalisti dall’altra, si ritrovano tra il movimento delle donne e le donne dei partiti – anche di sinistra – e dei sindacati confederali. Tali atteggiamenti e comportamenti all’inizio potevano avere una loro spiegazione nella fondamentale rivendicazione dell’autonomia politicoorganizzativa e nella presa di distanza dal moderatismo e dal riformismo delle forme tradizionali (partiti e sindacati confederali); ormai però dovrebbe diventare evidente che tali posizioni sono dannosissime per tutte le donne proprio in questa fase in cui – non certo solo in Italia, ma soprattutto in Italia – è in atto da qualche tempo un particolare attacco alla condizione delle donne e ai luoghi politicoculturali delle donne: attacco da parte delle destre radicali e degli integralismi religiosi in materia di sessualità e riproduzione, da parte del neoliberismo con i tagli progressivi allo stato sociale e con nuove forme di sfruttamento del lavoro, da parte di alcune istituzioni locali che puntano allo sgombero degli spazi in cui operano i vari collettivi, le varie anime del femminismo, a vantaggio non solo delle donne ma dell’intera società. Emblematico in questo senso l’accanimento della giunta capitolina capeggiata da Virginia Raggi contro la Casa internazionale delle Donne di Roma (ovviamente le donne, come gli uomini, non sono tutte uguali dal punto di vista delle scelte e dei comportamenti: se prendiamo come riferimento la coscienza di genere possiamo dire anche noi, con Simone De Beauvoir, che “femmine si nasce, donne si diventa”).

Se consideriamo la parola “politica” nella sua accezione originaria, dal greco “ta politikà”, tutto ciò che riguarda la città, la città Stato e quindi la vita collettiva in tutti i suoi aspetti, troviamo che questo è il senso della politica che dobbiamo diffondere come donne, portando il nostro modo di essere donne in politica a favore della collettività in ogni situazione: nel mondo del lavoro in tutte le mansioni e a tutti i livelli (con l’obiettivo che il lavoro diventi per tutte e tutti – contemporaneamente – realizzazione di sé e contributo al ben essere, allo star bene collettivo); nei rapporti affettivi con gli uomini e con i figli e le figlie, in tutti gli aspetti della vita pubblica. Soprattutto in fondamentali sfere di attività dedicate direttamente a esseri umani, in cui siamo numericamente prevalenti, quali la scuola e la medicina. In Italia le docenti ai vari livelli sono 800.000: perché non cercare di fare della scuola pubblica il luogo del superamento dei pregiudizi, delle discriminazioni, delle violenze, non solo di genere? Il luogo in cui si ricostruisce una storia non più dimezzata e in cui si costruisce una democrazia non più dimezzata?

La medicina si sta femminilizzando, a partire dalle aule universitarie, e, secondo i meccanismi di potere maschile, quando un settore si femminilizza perde prestigio sociale e rimangono basse le retribuzioni. Dobbiamo a una cardiologa, la italostatunitense Marianne J. Legato, l’invenzione negli anni ’90 della medicina di genere, con la scoperta che il corpo femminile è diverso da quello maschile non solo per

quanto riguarda il sistema riproduttivo e ormonale e l’apparato muscoloscheletrico, ma anche per la struttura cellulare degli organi, per cui risponde in modo diverso alle cure, ai farmaci, allo stress e richiede non solo cure ma anche forme di prevenzione studiate su misura per le donne e non riportate pari pari da quelle pensate per il corpo maschile. Alcune mediche italiane hanno portato nella loro pratica l’attenzione non solo al singolo organo ammalato o anche all’intero corpo, ma anche alla psiche e al contesto familiare e sociale della persona malata, portando alla creazione di appositi servizi sociali di supporto. Questa attenzione non è solo di donne, certamente, ma la femminilizzazione della medicina pubblica potrebbe/dovrebbe farla diventare pratica comune.

Dopo aver scorrazzato nel tempo, nello spazio e nelle varie forme in cui le donne fanno politica occorre arrivare al fatidico “che fare”, partendo da due constatazioni: 1) la prima è che la condizione delle donne italiane è la peggiore tra quelle dei grandi Paesi europei (basso livello occupazionale, discriminazioni retributive, bassissima dotazione di servizi socioeducativi, impossibilità per molte di essere contemporaneamente lavoratrici e madri e conseguentemente bassissima natalità, che è un indicatore di disagio socioeconomico); e la seconda è che le divisioni tra soggetti politici oggettivamente anticapitalisti non fanno che favorire capitalismo e patriarcato, i potentati economico/finanziari, militari, religiosi e le persone che li servono nelle istituzioni ai vari livelli.

Come donne del Partito Comunista Italiano proponiamo quindi di rafforzare le donne all’interno del nostro partito e di tessere, costruire - su obiettivi condivisi e sempre più avanzati - relazioni via via più forti ed estese tra donne delle varie forme della politica in tutte le modalità possibili e in tutti gli ambiti territoriali possibili: ma soprattutto tra donne di soggetti a valenza nazionale come i partiti di sinistra, la CGIL , Non Una Di Meno e l’Unione Donne in Italia; utilizzando tutte le modalità di lotta e di iniziativa a disposizione, compreso il diritto di voto, per far arrivare nelle istituzioni sempre più donne dotate di coscienza di genere e capaci di mantenersi in relazione e di interagire con le donne di ogni età, con le donne dei movimenti, dei comitati e delle associazioni, con le lavoratrici, con le studenti, con le pensionate, sia già organizzate e sia ancora da coinvolgere e organizzare.

Per che fare? Per liberare il genere femminile dal patriarcato e l’intera umanità dal capitalismo e dalla guerra.

Anche gli uomini di sinistra ovunque collocati dovrebbero iniziare a costruire – ovunque vi siano obiettivi condivisi - queste relazioni, queste alleanze, indispensabili per lottare in modo efficace contro il sistema; ma cominciamo da noi, da noi donne.

Concludo questa relazione con due slogan provenienti da lontani punti del globo: il primo era stato la parola d’ordine del primo convegno femminista australiano negli anni ’70: ”Donne unitevi: non avete nient’altro da perdere se non le vostre catene” e il secondo è dovuto a Michelle Bachelet, per vari anni “presidenta” del Cile: “Quando una donna fa politica cambia la donna, ma, quando tante donne fanno politica, cambia la politica”.

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